Giovedì 14 Giugno 2018 - 18:30

Il cinema parla ancora al maschile, ma i film italiani fanno ben sperare

La ricerca di NUOVOIMAIE dimostra che la maggior parte dei ruoli interpretati al cinema sono destinati a uomini: solo il 35% dei personaggi sono femminili

Red Carpet serata premi David di Donatello 2018

A oltre cento anni dalla sua nascita, il cinema resta un'industria al maschile. E non solo per lo scandalo sulle molestie nato nell'ultimo anno. Si recita, progetta, pensa, scrive, produce al maschile, relegando le donne a un ruolo secondario. A confermarlo sono i risultati della prima ricerca esclusiva NUOVOIMAIE, l’Istituto per la tutela degli Artisti Interpreti ed Esecutori, realizzata sul mondo dell’audiovisivo in relazione ai ruoli interpretati da donne e uomini.

La ricerca analizza, su 84 paesi, i cui dati sono completi, 63.235 opere. Tali opere, ad oggi, hanno generato 315.617 ruoli interpretati. Quello che risulta è che i ruoli da comprimari femminili sono 160.378 (33,77%) contro i 314.602 degli uomini (66,23%). Più o meno simile la differenza per i ruoli da attori primari: le donne ne occupano 98.412 (37,30%), gli uomini 165.458 (62,70%). In totale le parti maschili sono 480.060 (64,97%) a fronte dei 258.790 (35,03%) delle parti femminili.

Se questi dati confermano l’allarme e fanno riflettere per il ruolo, ancora fortemente discriminatorio, delle donne nel mondo dello spettacolo, riservano però anche una sorpresa: l’Italia, tra i Paesi selezionati, è quello in cui la forbice (stimata al 22,96%), tra ruoli occupati dalle donne e dagli uomini, è meno accentuata. Nel dettaglio, nel nostro Paese si registrano 75.874 (37,69%) ruoli da comprimari per le donne a fronte di 125.425 (62,31%) per gli uomini. Sono invece 45.499 (39,98%) i ruoli da attori primari per le donne a fronte di 68.619 (60,02%) per gli uomini. In totale 121.573 ruoli femminili (38,52%) contro i 194.044 (61,48%) maschili.

Le nazioni in cui le differenze tra uomini e donne sono maggiori (sempre ovviamente a vantaggio dei ruoli maschili) sono i Paesi Bassi (+48,16%), seguiti dagli Stati Uniti (+45%), al centro delle polemiche sulle differenze di genere nell’ultimo anno. A seguire, in questa speciale classifica ‘discriminatoria’, il Regno Unito (+39,82%), la Francia (+36,32%), la Russia (+35,44%), la Svezia (+29,54%), il Canada (+27,6%), la Germania (+27,54%) e la Spagna (+25,16%), l’unico Paese ad avvicinarsi ai livelli dell’Italia.
 

Ma NUOVOIMAIE ha elaborato i dati anche per quanto riguarda le fasce d’età con lo scopo di mettere in evidenza se e quanto la discriminazione di genere riguardi essere giovani o meno giovani per trovare dei ruoli nell’audiovisivo: se, insomma, avere un’età giovane o matura per le donne corrisponda a una minore possibilità lavorativa.

Nella fascia d’età compresa fino a 17 anni i ruoli da comprimari femminili sono stati in totale 8.469 (41,94%) contro gli 11.724 maschili (58,06%). La forbice donna/uomo si riduce fino a quasi la parità nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni, il periodo evidentemente in cui il cinema trova più interessante rappresentare l’universo femminile. Al contrario la differenza si allarga man mano che l’età aumenta, fino ad arrivare al 47,28% per i ruoli primari dai 55 ai 67 anni di età. Una tendenza confermata in Italia dove addirittura nella fascia d’età 18-34 anni si rileva una superiorità numerica di ruoli femminili (52,19%) rispetto a quelli maschili (47,81%). Superiorità che viene totalmente ribaltata man mano che dalla giovinezza si entra nella maturità, fino ad arrivare alla fascia d’età 55-67 anni in cui i ruoli maschili rappresentano il 72,76% contro il 27,24% di quelli femminili con una differenza abissale di 45,52%. Una tendenza che diventa quasi ‘feroce’ negli Usa: nella fascia d’età 18/34 la differenza a vantaggio degli uomini è di 16,98%, nella fascia d’età oltre i 67 anni la percentuale di ruoli femminili è appena del 16,74% contro l’83,26% di quelli maschili.

Interessante anche l’analisi del periodo storico, per capire quanto nel corso dei decenni la situazione sia cambiata ed evolute: nelle opere fino al 1939 i ruoli femminili erano il 27,25% contro il 72,75% di quelli maschili (diff. +45,5% a vantaggio degli uomini). Dal 1940 al 1959, i ruoli femminili erano il 27,22% contro il 72,78% con una differenza stabile rispetto al periodo precedente (+45,56%). Nel ventennio successivo 1960-1979, la differenza addirittura sale fino a quasi il 50% (+49,88%) con il 25,06% di ruoli femminili a fronte del 74,94% di quelli maschili.  Dal 1980 al 1999 la situazione inizia leggermente a riequilibrarsi: 32.15% ruoli femminili, 67,85 maschili (diff. +35,7%). Dal 2000 al 2017 ancora qualche timido passo verso l’eguaglianza: 37,50% ruoli femminili contro il 62,50% maschili (diff. +25%). Per quanto riguarda l’Italia, la situazione rispecchia l’andamento generale: nel periodo fino al 1939 i ruoli femminili sono stati il 30,49% contro il 69,60% (diff +39,11 a vantaggio degli uomini); tra il 1940 al 1959 i ruoli femminili sono stati il 30,37% contro il 69,63% di quelli maschili (+39,26%); tra il 1960 e il 1979 i ruoli femminili sono stati il 26,51% contro il 73,49% di quelli maschili (+46.98%, la più alta rilevata). Poi la forbice inizia a diminuire: nel ventennio 1980-1999 i ruoli femminili sono stati il 37,08% contro il 62,92% di quelli maschili (+25,84); nel periodo 2000-2017 i ruoli femminili sono stati il 41,03% contro il 58,97% di quelli maschili (+17,94%)

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, da rilevare che un maggiore equilibrio sembra invece ancora molto lontano: tra il 2000 e il 2017 i ruoli maschili sono stati ancora il 70,6% contro il 29,4% di quelli femminili con una differenza enorme del 41,2% a vantaggio degli uomini.

 

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