Venerdì 18 Maggio 2018 - 17:15

Vincolo di mandato: se il contratto va contro il Parlamento

La reintroduzione di uno strumento tipico del fascismo. Se il trasformismo è una patologia, questa soluzione è peggiore del male

Senato, voto per l'elezione di due Senatori segretari

Recita l’articolo 20 del contratto M5S-Lega: “Occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo”. I signori Luigi Di Maio e Matteo Salvini (firmatari del contratto) pensano dunque di reintrodurre (“re” perché c’era già durante il fascismo) il concetto secondo il quale il parlamentare eletto non può cambiare gruppo o partito durante la legislatura e, in sostanza, dovrà sempre votare secondo le indicazioni del suo capogruppo.

Ogni volta che se ne parla c’è qualcuno che dice: “Bene, bisogna smetterla col trasformismo”, quasi tutti gli danno ragione e la cosa finisce lì. Lega e M5S hanno avuto, dunque, vita facile a mettere la questione del vincolo di mandato nel contratto contando sul fatto che si tratta di un provvedimento “popolare” e che un ragionamento del tipo: “sei stato eletto in un partito e in quel partito devi rimanere perché altrimenti tradisci la volontà degli elettori”. Come se non bastasse, i dati depongono a favore dell’esistenza di un grave fenomeno di trasformismo parlamentare: nella XVI legislatura i “cambi di casacca” sono stati 261 e hanno riguardato 120 deputati e 60 senatori (19% del totale). Nella XVII appena conclusa, il fenomeno è diventato endemico con quasi 500 cambiamenti, circa la metà dei 945 parlamentari tra Camera e Senato. Fenomeno negativo? Certamente sì. Addirittura spregevole e meritevole di una norma che lo impedisca sanzionandolo magari con la perdita del seggio? Qui bisogna stare molto attenti perché mai come in questo caso si rischia di buttar via il famoso bambino con la famosa acqua sporca.

L’articolo 67 della vigente Costituzione dice che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questo significa che il parlamentare, una volta eletto, è un signore o una signora che fa quello che vuole secondo coscienza. Si iscriverà a un gruppo parlamentare (ma potrà cambiarlo), voterà come dice il capogruppo o, a volte, in base alla sua coscienza, a quello che vede, che sa, che sente e capisce (o che gli dicono i suoi elettori) voterà come gli pare. E’ sbagliato? No, hanno pensato i padri costituenti, era sbagliato quello che aveva fatto il fascismo che, anche attraverso il vincolo di mandato, aveva praticamente esautorato il Parlamento.

Prima di introdurre norme che limitano la libertà dei parlamentari in nome dell’efficienza legislativa e della governabilità bisogna ricordarsi che il Parlamento, almeno teoricamente, è il luogo dove s’incontrano (incarnati dai parlamentari) i diversi interessi legittimi (purtroppo, anche non) rappresentati nel Paese. Sempre teoricamente, ma altrimenti, non si capirebbe perché si chiamerebbe “Parlamento”, è il luogo dove queste diversità s’incontrano, discutono, cambiano idea e fanno sintesi di posizioni diverse. E questo non solo in teoria perché nel Parlamento italiano accade continuamente che le proposte di legge vengono modificate attraverso le discussioni nelle commissioni e in aula e, sui singoli provvedimenti, si possono (e si devono) formare continuamente maggioranze variabili. Per fare un esempio, se questo non accadesse e non fosse accaduto, se il vincolo di mandato avesse costretto i parlamentari a restare dentro a quanto stabilito dal capogruppo o dal partito di appartenenza, noi non avremmo alcune delle leggi più avanzate e “civili” del nostro Paese: dal divorzio all’aborto, dalla riforma sanitaria allo statuto dei lavoratori.

Il cambiamento di posizione dovrebbe essere una ricchezza della vita parlamentare e se diventa patologico non andrebbe però risolto con il rovesciamento di un principio democratico come la libertà dei parlamentari nell’esercizio del loro mandato. Il parlamentare non andrebbe mai ingabbiato in un programma vincolante ma giudicato al termine del mandato. Perché anche lui, come i suoi elettori deve poter cambiare idea, strada facendo. E se questo vuol dire “trasformismo”, bene, si potrebbe parlare di “elogio del trasformismo”.

Ma la questione diventa ancora più grave se un tema di questa delicatezza viene immesso nel famoso contratto. Perché annusando il documento che verrà firmato da Salvini e Di Maio, si ha la netta sensazione che qualcuno abbia pensato di costruire una “gabbia programmatica” da cui nessuno potrà più uscire. C’è da temere che, nella testa di qualcuno, si sia fatta strada una strana idea: c’è il contratto, abbiamo la maggioranza, prendiamo i punti del contratto, li trasformiamo in testi legislativi e, uno dopo l’altro, li approviamo. Per chi ha dei dubbi c’è il vincolo di mandato e l’accusa di trasformismo. Viene in mente un signore che diceva: “Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli….”. Intanto, cominciamo col mettergli il vincolo di mandato….

Scritto da 
  • Massimo Razzi
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